SUPERBONUS. Tutt’oro che luccica o solo argento?

SUPERBONUS.

Tutt’oro che luccica o solo argento?

SUPERBONUS. Tutt’oro che luccica o solo argento?

Innegabili gli effetti moltiplicatori ma…

di Pier Franco Luciani

Superbonus: tagliamo o continuiamo a spendere?

Prima di parlare della questione superbonus è bene ricordare come funziona, in uno Stato a sovranità monetaria la spesa pubblica, la tassazione e il debito pubblico. Questi concetti di base, che molti hanno dimenticato o non conoscono affatto, ci serviranno per capire di fronte a quali scelte ci troviamo oggi (cosa tagliare e dove spendere) avendo noi perso la sovranità monetaria.

Supponiamo che uno Stato, monopolista della sua moneta, debba pagare gli stipendi per la scuola. Esso emette moneta con cui paga i docenti i quali, a loro volta, la spendono nell’economia. Cosa rappresenta questa moneta emessa? Un credito verso lo Stato che circola nell’economia; quindi un credito del settore privato, e un debito dello Stato verso quest’ultimo. Dovendo i privati pagare le tasse, per i servizi di istruzione ricevuti, cioè saldare il debito fiscale verso lo Stato, questo concede loro di farlo usando i crediti, cioè la moneta ricevuta. La moneta può dunque essere vista come un credito fiscale col quale lo Stato fa spesa e i cittadini saldano il loro debito fiscale, ovvero le tasse. Il credito fiscale, verso lo Stato, può essere usato in compensazione del debito fiscale da parte dei cittadini. Se lo Stato emette più crediti che debiti verso i cittadini, questi, dopo aver pagato le tasse, cioè compensato con i crediti ricevuti i loro debiti fiscali, finiscono con una posizione finanziaria netta verso lo Stato. Possiedono cioè ricchezza finanziaria in forma di moneta.

Anche il superbonus è un credito fiscale, con cui compensare i debiti. E’ cioè moneta emessa dallo Stato, ma quelli che vorrebbero cantare vittoria, pensando di essersi affrancati dal cappio del debito in euro, come vedremo fra poco, devono stare ancora calmi. La catena non è ancora spezzata!

Pur essendo la moneta in circolo, emessa dallo Stato, un debito di questo verso i cittadini, essa non forma ancora, dal punto di vista contabile, il debito pubblico. Diventa formalmente debito pubblico se lo Stato la scambia con sue obbligazioni, cioè vende titoli di Stato. I cittadini sostituiscono la moneta (liquida) con i titoli e lo Stato ritira i crediti fiscali che aveva emesso in precedenza. Tasse e titoli, dunque, in uno Stato a sovranità monetaria, non finanziano la spesa perché questa è avvenuta prima del ritiro dei crediti fiscali dalla circolazione, prima cioè di aver imposto le tasse o venduto i titoli. Tale condizione non vale per gli Stati che hanno ceduto la sovranità monetaria come il nostro. Come avviene invece la spesa per uno Stato senza sovranità monetaria? Prima di spendere lo Stato deve fare la provvista di moneta indebitandosi con l’emissione dei titoli. Lasciamo perdere la questione dell’origine del denaro (basta un click sul computer di chi gestisce), che viene prestato allo Stato e supponiamo che ogni anno, per la spesa corrente, esso abbia bisogno di 1000€. Come li ottiene? O ritirando moneta per 1000€, che aveva emesso prima, o vendendo alle banche titoli per 1000€. Ma la moneta che aveva emesso prima, andando a ritroso, non può che essere originata da un debito quindi da una vendita di titoli. In sostanza, anche ritirando moneta con le tasse, la spesa pubblica dello Stato non sovrano non può che avvenire a fronte di un debito verso terzi.

Quando lo Stato concede bonus fiscali di qualsiasi natura, in questo caso per ristrutturazioni edili, oltre alla spesa corrente, fatta a debito, emette moneta a tutti gli effetti. Qualcuno potrebbe dire che abbiamo trovato il modo per spendere senza indebitarci. Attenzione, però, occorre sempre tenere a mente che non siamo più padroni o emettitori della nostra moneta. Per affrancarci completamente dal cappio dell’euro dovremmo richiedere che sia obbligatorio (non facoltativo) pagare le tasse con i crediti fiscali e favorire la loro circolazione. Chi non avesse la moneta dello Stato dovrebbe chiedere di scambiare i propri euro per quella dello Stato, causando una graduale sostituzione dell’euro con l’altra moneta. Nel caso del superbonus, è facoltativo usare la moneta fiscale in compensazione dei debiti fiscali. Siccome la compensazione può avvenire in un arco di tempo (dieci anni), chi possiede i crediti li può vendere ad un altro soggetto che li può usare per compensare i suoi debiti fiscali. E’ ovvio che la vendita avviene con uno sconto che tiene conto che chi vende riceve subito una somma che chi acquista riceverà in dieci anni. Se questi crediti venissero venduti continuamente, senza andare a compensare i debiti, lo Stato incasserebbe sempre lo stesso gettito fiscale, necessario al sostenimento della spesa corrente. Questo però non avviene nel caso del superbonus. Se oggi, infatti, si parla di crediti incagliati, significa che la loro circolazione non è proprio così perpetua. Due aspetti creano una differenza sostanziale fra la moneta emessa da uno Stato a sovranità monetaria e il superbonus. Per prima cosa lo Stato a sovranità monetaria richiede l’obbligo di pagare le tasse con la sua moneta (e non in euro come avviene per il superbonus), per secondo lo Stato che volesse affrancarsi dal debito in euro incentiva la circolazione della sua moneta e il ritiro dell’euro. Questo ritiro avviene vendendo, a chi ne fosse a corto, la moneta dello Stato (necessaria a pagare le tasse) in cambio di euro. Con gli euro incassati (e tolti dalla circolazione) lo Stato ridurrebbe il debito denominato in quella valuta estera che tanti danni ha causato al nostro paese.

Perché i crediti del superbonus si incagliano? Perché chi li prende, cioè il sistema bancario, tenta subito di disfarsene per compensazione e non per effettuare altri pagamenti. Non avendo, però, questo sistema tanta capacità di compensazione residua, è costretto a rifiutare l’acquisto di altri crediti. Per superare questo problema il governo pensa di usare in compensazione anche i crediti dei privati, tramite gli F24 pagati alle banche. Se però i crediti vengono usati immediatamente, per compensare i debiti, senza che circolino nel sistema economico, il gettito fiscale (l’ammontare in euro che lo Stato ritira dal settore privato) risulta inferiore. Si produce, cioè, un ammanco nel gettito per la spesa corrente che si traduce immediatamente in deficit. Per questo si dice che i crediti d’imposta non sono debito pubblico ma sono un deficit. Peccato però che i deficit, per uno Stato che non ha più la sovranità monetaria, si trasformino immediatamente in debito perché possono essere coperti solo dall’emissione di titoli o da una stretta fiscale. Per uno Stato a sovranità monetaria questo potrebbe anche non avvenire se esiste la possibilità, detta spazio fiscale, di lasciare la moneta in circolo senza ritirarla subito con tasse o con titoli. Quindi, anche se Eurostat sostiene che i crediti fiscali emessi per incentivare i lavori edili sono deficit e non debito pubblico, questi si trasformano subito in debito. Il credito fiscale da superbonus non comporta una spesa pubblica immediata (si usa per compensare debiti fiscali) ma genera, nel tempo, degli ammanchi fiscali che, per uno Stato come il nostro attuale, non può che essere coperto da nuovo debito. L’effetto è pari a quello di un aumento della spesa pubblica.

I sostenitori del superbonus però sbandierano un effetto moltiplicatore che molti non considerano! E’ vero, l’effetto esiste ma analizziamolo un attimo. Se lo Stato spende 100 nell’economia si ottiene una crescita del PIL superiore a 100. Si ottiene cioè un reddito maggiore, ad esempio pari a 180. Il moltiplicatore produce però un incremento di beni e servizi reali, di occupazione ma “non incrementa la moneta messa in circolo” dallo Stato. La moneta è sempre 100 non è 180! Se poi, come è giusto che sia, il settore privato tende a risparmiare una parte del reddito prodotto, lo Stato non recupererà mai tutta la moneta emessa. La propensione al risparmio, da parte del settore privato, che non può essere nulla, fa sì che lo Stato, della moneta immessa, cioè 100, recuperi con le tasse solo una parte, diciamo ad esempio 70. Ciò che il settore privato risparmia, in questo caso 30, resta come debito da parte dello Stato. Il principio secondo il quale il deficit dello Stato corrisponde all’aumento della ricchezza finanziaria (risparmio) del settore privato vale sempre sia che lo Stato goda di sovranità monetaria che non ne goda. Ma la differenza non è banale! Se lo Stato gode di sovranità monetaria il debito di 30 non è verso terzi poiché nella piramide dei pagamenti non c’è nessuno più in alto dello Stato. Questo può anche decidere di lasciare i 30 come incremento di ricchezza finanziaria nel settore privato. Se lo Stato non gode di sovranità monetaria, i 30 sono sì credito dei privati, ma debito dello Stato verso un’entità posta al di sopra di esso e a cui la ricchezza deve essere restituita. E’ come se in un sistema economico, pubblico e privato, Stato, famiglie e imprese fossero un tutti sullo stesso piano; tutti debitori di un’entità che emette moneta a debito ad un livello superiore. Pertanto i 30 sono credito e ricchezza finanziaria del settore privato fino a che, inevitabilmente, lo Stato ne chiederà conto per mantenere i suoi impegni verso terzi.

Per uno Stato che non ha la sovranità monetaria il gioco debiti/crediti è a somma zero. L’incremento di ricchezza finanziaria netta di cui gode il settore privato è fittizio poiché è pari all’incremento di debito dello Stato verso un terzo. Inoltre, per l’economia nazionale (pubblico più privato) il gioco è a somma zero se non si considerano gli interessi. Se questi prendono la via dell’estero è addirittura a somma negativa. A mio parere, in un sistema che opera in condizioni di sovranità monetaria ceduta, qualunque spesa in deficit, tesa a risollevare la produzione e l’occupazione, finisce inevitabilmente per incrementare il debito a meno che l’effetto sulla bilancia commerciale e sulla capacità di esportare, da parte di quella spesa, sia talmente alto da far sì che il privato ottenga un risparmio e lo Stato un surplus tale da pagare gli interessi e il resto della spesa senza che aumenti il debito. La spesa per il superbonus, invece, al limite diminuisce la propensione ad importare per via dei minori consumi energetici ma non mi pare che possa aumentare l’export. Anche se la propensione ad importare fosse nulla si può dimostrare che lo Stato rimane indebitato per la quota di spesa pubblica che il settore privato vuole trattenere come ricchezza finanziaria netta cioè come risparmio. Il settore privato deve avere una ricchezza finanziaria netta se vuole avere un minimo di capacità di autofinanziamento sugli investimenti o pagare gli interessi passivi sui capitali presi a prestito. In uno Stato che ha ceduto la propria sovranità monetaria tutti gli interventi che non fanno aumentare l’export, tra questi il superbonus, il reddito di cittadinanza, le spese per la sanità, per le pensioni e chi più ne ha più ne metta, finiscono per produrre un’escalation del debito fino al default. Per questo motivo gli Stati che si sono sottoposti ad un vincolo esterno devono tagliare queste spese se la loro politica industriale non è orientata tutta all’export. E’ superfluo ricordare che non tutti gli Stati possono adottare queste politiche perché per un paese che vive di esportazioni nette deve essercene un altro che soffre di importazioni nette.

Pier Franco Luciani

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *